L’oro, il bene rifugio per antonomasia, sta dimostrando di avere una vera e propria “immunità al virus” e si sta comportando meglio di altri beni simili come lo yen giapponese o il franco svizzero. Nei giorni scorsi, in pieno panico globale da coronavirus, e con le Borse in calo, c’era stata una misteriosa perdita di questo materiale prezioso per oltre il 3%. Ma incidevano nel calo due fattori:

·       La vendita di contratti futures da parte di soggetti finanziari in cerca di liquidità rapida per coprire le perdite che stavano patendo nel comparto equities (azioni).

·       La delusione per una Fed che aveva soltanto rimandato il taglio dei tassi di interesse.

Sul medio periodo il quadro che appare è molto diverso: il prezzo dell’oro unico tra gli asset finanziari è in crescita poderosa già da inizio dicembre. Come se qualcuno avesse presagito la crisi in atto oggi. Anche perché nel frattempo, appoggiandosi alla decisione della Bce, di offrire alle Banche centrali dell’eurozona la possibilità di vendere e ricomprare a piacimento le proprie riserve auree, la Banca centrale olandese e la Bundesbank hanno già rimpatriato tutto l’oro che detenevano fra New York, Parigi e Londra, con due anni di anticipo rispetto ai programmi. Pare che anche le Banche centrali di Pechino e di Mosca vogliano ammassare oro in tempi record.

Alla luce di questi sviluppi, in molti cominciano a leggere queste decisioni come il presagio che si potrebbe tornare a parlare come avviene già in alcuni ambienti economici “eterodossi” (anche vicini a Trump) di una versione aggiornata del vecchio Gold Standard.

Quel che è certo, indipendentemente da quando finirà il coronavirus, riattivare le catene dell’offerta globale, non sarà un gioco da ragazzi, e si dovrà tenere conto di limitazioni e asset non più soltanto finanziari, ma materiali nel senso più novecentesco del termine.

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