La vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e, come tale, va accolta

20 Gen 2019

E’ capitato a tutti: che l’oggetto in ceramica a cui teniamo tanto cada rovinosamente a terra, rompendosi.

Stupore, ira e dispiacere ci attanagliano negli istanti successivi alla caduta, decorsi i quali ci rassegniamo a raccogliere i cocci e a gettarli rovinosamente nella spazzatura, fermamente convinti che “un vaso rotto non potrà mai tornare come prima”.

Questo è quello che accade, in genere, in Occidente, ma non in tutto l’Oriente. In Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un” vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine”.

Kintsugi è il nome di questa tecnica che consiste nell’incollare i frammenti dell’oggetto rotto con una lacca giallo rossastra naturale e nello spolverare le crepe che attraversano l’opera ricomposta con della polvere d’oro. Il risultato è strabiliante: il manufatto è striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo. La casualità
determinata dalla rottura, rende gli oggetti redivivi tutti differenti fra loro e dunque unici, oltre che pregevoli per via del metallo prezioso che li decora.

La circostanza che il Kintsugi non costituisca una pratica alla portata di tutti, appare, tuttavia, del tutto secondaria: a contare, infatti, non è tanto la possibilità di riparare un oggetto accrescendone la bellezza e il pregio, quanto la filosofia che ne è alla base, secondo la quale la vita consta non soltanto d’integrità, ma anche di rottura e, come tale,
va accolta.

Il Kintsugi, attraverso, l’arte, ci dimostra che da una ferita risanata, dalla lenta riparazione conseguente a una rottura, può rinascere una forma di bellezza e di perfezione superiore.

D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata.

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